La Smart City al servizio del cittadino. I papers scientifici di SCE 2013
Consapevoli della poliedricità di stimoli e di mutevolezza del contesto in cui ci muoviamo quando parliamo di Smart City, a primavera 2013 abbiamo lanciato la prima call for paper di Smart City Exhibition. La ricchezza dei contributi che sono giunti è stata sconcertante, centinaia di proposte, idee innovative, racconti di esperienze. Ne nasce una pubblicazione dal titolo "La Smart City al servizio del cittadino. La Call for papers di smart city exhibition 2013" che, pur nella sua estensione, non ne presenta che una piccola parte. Qui vi raccontiamo il nostro percorso.
17 Dicembre 2013
Claudio Forghieri
Consapevoli della poliedricità di stimoli e di mutevolezza del contesto in cui ci muoviamo quando parliamo di Smart City, a primavera 2013 abbiamo lanciato la prima call for paper di Smart City Exhibition. La ricchezza dei contributi che sono giunti è stata sconcertante, centinaia di proposte, idee innovative, racconti di esperienze. Ne nasce una pubblicazione dal titolo "La Smart City al servizio del cittadino. La Call for papers di smart city exhibition 2013" che, pur nella sua estensione, non ne presenta che una piccola parte. Qui vi raccontiamo il nostro percorso.
Quando qualche tempo or sono si iniziò a parlare di smart city, alla luce dell’importante azione di marketing messa in atto da alcuni grossi attori del settore ICT, molti pensarono che questo termine e l’hype che lo accompagnava si sarebbero presto esauriti come una moda passeggera. Osservando ciò che sta accadendo in gran parte delle città del mondo, è lecito pensare che sentiremo parlare ancora a lungo di smart city, spesso con accezioni ben lontane dalle futuristiche promesse ipertecnologiche della prima ora.
Oggi, come spesso afferma nelle sue presentazioni Jarmo Eskelinen[i], uno degli innovatori europei in questo settore, le città di dividono in tre grandi categorie:
1. le tech city, come Masdar[ii], Songdo[iii], e forse anche Singapore, che propongono soluzioni con una forte caratterizzazione tecnologica ed efficientista, spesso agevolate dalla possibilità di costruire infrastrutture su terreni vergini e senza particolari vincoli preesistenti;
2. le retrofit city, come Amsterdam, Helsinki, Barcellona, gran parte delle città italiane, dove l’innovazione tecnologica e quella sociale devono convivere con infrastrutture spesso obsolete e la storia, la cultura e i legami di un passato che non possono essere cancellati, semmai valorizzati;
3. le chaos city, tipiche dei paese del terzo mondo, ma non solo, dove le infrastrutture non ci sono o sono insufficienti e regna il disordine.
In tutte, indifferentemente, è presente un problema di interoperabilità fra le molteplici applicazioni verticali che giorno dopo giorno le stanno popolando con strati di software, sensori e device di vario genere mentre mancano linguaggi e standard comuni e generalizzati.
In tutte, indifferentemente, a fianco della pulsione tecno-efficientista, sta prendendo piede un movimento che invece nasce dal basso e affronta i problemi urbani avvalendosi non solo delle tecnologie ma sopratutto della capacità di coinvolgere gli abitanti grazie alle stesse tecnologie. È il lato “human” della Smart City, con cui tutte le città stanno iniziando a fare i conti[iv].
Che siano costruite da zero, vecchie signore a volte decadenti o degradati ammassi informi, città in tutti i continenti hanno però compreso che questa straordinaria tecnologia così diffusa non solo sul territorio ma fra gli abitanti è in grado di dare un impulso decisivo all’evoluzione delle forme del vivere urbano, alle modalità di erogazione dei servizi essenziali, all’efficienza di esercizio delle funzioni elementari. A patto che si riescano a fare cambiamenti radicali su molteplici piani.
Cambia la prospettiva geografica con cui si disegna lo spazio urbano. I danni irreparabili dell’urban sprowl sono noti e prendono piede concept della città ben più stimolanti della villetta a schiera a un’ora d’auto dal centro storico. I modelli sono vari ma la sostanza non cambia, dalla “Twenty minutes walkable city” di cui parla Kent Larson[v] del MIT di Boston, una città fatta di tante micro città dove tutti i servizi essenziali sono raggiungibili camminando una ventina di minuti, alla “Città fatta di quartieri a velocità umana dentro ad una metropoli iperconnessa a zero emissioni”, ovvero la Barcellona immaginata dal suo architetto capo Vicente Guallart[vi]. Il quale introduce un altro concetto interessante, la variabile tempo nella progettazione dello spazio urbano. Strade che nei giorni feriali servono al traffico e poi si trasformano nel week end in aree pedonali dove non solo si cammina ma possono svolgersi delle attività. È incredibile vedere cosa accade a Quito, in Equador, la domenica mattina, quando uno degli assi stradali principali che attraversa longitudinalmente la città viene chiuso al traffico e questa specie di autostrada, da caotico serpentone di auto incolonnate si trasforma in una colorato andirivieni di biciclette di ogni forma e prestazione, monumento vivente della riappropriazione dello spazio da parte dei cittadini e dell’iniziativa imprenditoriale[vii]. A lato della strada spuntano infatti come funghi punti di gonfiaggio e assistenza, noleggi, banchetti di ristoro. È lo spazio urbano che diviene community asset variamente fruibile.
Cambiano i fondamentali economici della città, scossa dalla sharing economy e che diviene – come sostiene Esteve Almirall[viii] nelle sue lezioni – piattaforma per un “real time everything”. È la città on demand in ogni suo componente.
- La casa e gli uffici, sempre più adattabili negli arredi, negli spazi, nelle funzioni, grazie a tecnologie, materiali innovativi e concetti diversi del vivere e lavorare. Spazi che mai come prima sono flessibili (co-working), affittabili (AirBNB[ix]), produttivi (3D printing, Fab Lab[x]).
- La mobilità sempre più on demand, grazie a forme di sharing, di noleggio[xi] e a soluzioni di social innovation che consentono di condividere viaggi, esperienze, costi[xii].
- Il rapporto fra cittadini e amministrazione, che viene ribaltato nelle fondamenta dalle opportunità partecipative offerte dalle nuove tecnologie. È la Boston di “Adopt a whatever”, dove la dottrina della New Urban Mechanics[xiii] porta i cittadini a farsi carico di funzioni che prima erano (mal) gestite dall’amministrazione.
Strano ma vero, i cittadini sono disposti a fare da soli in modalità self service quello che prima altri facevano per loro. D’altra parte, non è esattamente ciò che fan tutti quando attivano il proprio home banking?
Ecco allora che cambia anche il ruolo delle amministrazioni pubbliche, le quali da “service provider” sono costrette a divenire “ecosystem manager” di un ambiente dove si riducono sempre di più le relazioni gerarchiche verticali a vantaggio di network dove le relazioni sono bidirezionali, dinamiche e spesso continuamente ridefinite. Anche qui occorrono cambiamenti.
- Il comportamento interno alle amministrazioni, che deve aprirsi al confronto continuo con la città e introdurre una “variabile innovazione” costante.
- Le relazioni, che devono essere sempre più fluide e facilitate fra i molteplici stakeholder del territorio.
- L’accesso alle risorse, per condividere i tools necessari alla costruzione della smart city: prima di tutto i dati (open data) e la conoscenza (open innovation).
Non serve solo tecnologia, serve soprattutto una nuova attitudine delle amministrazioni comunali per superare gli ostacoli nella realizzazione della smart city, primi fra tutti la politica che si dimentica della partecipazione e la tech founded innovation, quella tecnologia “invasiva” che non risponde ai reali bisogni del territorio o che introduce soluzioni che non si integrano con il sistema pre-esistente.
La verità è che “Trust is not an app”, la fiducia non si ottiene facilmente come un’applicazione, bisogna lavorare nel tempo e duramente per costruire una smart city a misura d’uomo e forse il modello migliore per operare è ancora una volta ritornare a lavorare a livello di quartieri, di realtà territoriali piccole ma coerenti per sperimentare le soluzioni in modalità Living Labs[xiv] e iniziare a (ri)costruire quella stima reciproca fra gli attori del territorio che spesso si è persa nel tempo e nell’inefficienza.
È consapevoli di questa poliedricità di stimoli e di mutevolezza del contesto che a primavera 2013 abbiamo lanciato la prima call for paper di Smart City Exhibition. La ricchezza dei contributi che sono giunti è stata sconcertante, centinaia di proposte, idee innovative, racconti di esperienze. Ne nasce una pubblicazione dal titolo "La Smart City al servizio del cittadino. La Call for papers di smart city exhibition 2013" che, pur nella sua estensione, non ne presenta che una piccola parte, selezionata per essere di stimolo al vasto mondo che ruota intorno ai temi della smart city e suddivisa in grandi capitoli che dovrebbero consentire un orientamento migliore per chi voglia approfondire.
Agli autori non può che andare un sentito ringraziamento per il contributo di idee e testimonianze, ai lettori un grande augurio di buon lavoro. Perché ce n’è tanto da fare.
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